La mie linee ispirative

Inquadrare quanto ho scritto, per uno studioso, non sarà facile poiché la mia ispirazione ha toccato, nella forma drammaturgica, un arco molto ampio che spazia dal dramma psicologico, a quello storico, a quello sociale, alla commedia, al comico. Il motivo di tutto questo è molto semplice: io ho scritto con l’atteggiamento non dello scrittore, ma del musicista che oscilla dal requiem all’operetta buffa. In poche parole, non sono stato una gabbia per me stesso. Che ci siano elementi unificanti, nelle stesse forme espressive, è palese (soprattutto nel surreale, nel grottesco, in quel limite estremo che distingue il tragico dal comico). Ho iniziato a scrivere e a mettere in scena (altri mettevano in scena) nel 92 con Escursione a Normalindi per la regia di Bianca Mastronimico. Poi, nel 94 e 95, “Primo Taglio”. Intanto avevo incrociato le mie fonti: Kafka e le Lezioni di Teatro di Eduardo. Entrambi fondamentali. Nel 93, dopo la lettura della “Colonia Penale “ di Kafka, e dopo aver divorato il libro di Eduardo (la tripartizione è stato il mio schema), scrivo “Neroluce”. Il mio “bigliettaio”, con il suo amore malato per la “regola”, riecheggia il personaggio kafkiano. “Neroluce” era anche ispirato dagli eventi della guerra in Jugoslavia. Questo argomento ritorna fortissimo anche ne “Le Ombre”, uno dei miei testi più lirici. Nel 95 sono fra i vincitori del laboratorio di drammaturgia del Piccolo teatro di Milano e incontro Giorgio Strehler. Ispirandomi all’atmosfera che dal 96 iniziai a vivere nel mio ufficio, scrissi “Visite fuori orario” che venne segnalato in vari premi. Si avvicinava, intanto, una data fatidica: il 1999, i 200 anni dalla nascita e morte della repubblica napoletana. Il desiderio di comprendere meglio un evento che ha condizionato in maniera fortissima la storia e la mentalità della mia città (il 1799 fu il terminale di un incancrenirsi sociale nato già all’inizio dell’epoca vicereale spagnola del 500 con la nascita del ceto dei lazzari e del popolino) mi condusse a svolgere un lavoro di studio e di approfondimento della storia di Napoli, anche prima del 1799, e mi condusse ad “imparare” il napoletano. Il termine che uso (imparare), non è improprio, ma reale. Consultai e studiai libri, opuscoli, dizionari vari (fra cui, soprattutto il D’Ascoli). Il mio studio fu così capillare e maniacale (redassi centinaia di pagine di appunti) che, alla fine, scrissi una serie di testi in napoletano. Fra i primi, basato sugli eventi del 1799, “Servo Vero” che, poi, ebbe varie modifiche e divenne nel 2001 “Giulia Sala” e nel 2011 “Muricena”. Dopo “Servo Vero” (Giulia Sala), sullo stesso argomento scrivo “Coda ‘e lacerta” e, soprattutto, scrivo “Il Grande Cirillo”. Questo testo si deve al mio incontro, nel 98 con Franco Carmelo Greco che era ordinario di storia del teatro alla Federico II. Gli porto due miei testi: Neroluce e Servo Vero. Del primo, il professore, si mostra entusiasta. Del secondo dice che si sentiva troppo la voce dell’autore in tutti i personaggi. Imparo molto in quel breve ma intenso periodo nel quale sono a contatto con il professore. Sulla base di quanto mi dice, infatti, modifico sensibilmente “Servo Vero”, che diverrà “Giulia Sala” e tengo a mente la lezione: la scrittura deve essere “oggettiva” e non un sermone dell’autore. Il Professore mi chiede di scrivere un testo sul 1799 per un’iniziativa che avrebbe dovuto essere realizzata nel 1999 ( e che, purtroppo, non partì mai perché Franco Carmelo Greco morì nell’estate del ’98). Mi chiede di scrivere un testo brillante sul 1799 che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto essere messo in scena dai Virtuosi di San Martino. Cosa originale poiché Greco prevedeva che gli altri scrittori incaricati (mi parlò di Enzo Moscato e Paolo Puppa), avrebbero certamente scritto dei drammi basati sulle figure eroiche del 99. Lui invece voleva da me un testo quasi comico e che avesse come base personaggi umili che vivono quell’evento. Elaboro il Grande Cirillo basandomi su alcune reminiscenze familiari: mia madre è stata una musicista e ha insegnato per anni al conservatorio di San Pietro a Majella. C’erano dei nomi che sentivo spesso da lei: Bertucci, Briganti, Padre Violante, Fiscella, Carretta….insieme a Polcino (nome di un ex alunno di mia madre) e alla figura da me inventata di Cirillo daranno vita alla mia commedia basata, anche questa, sul confronto scuola napoletana- riforma di Gluck che avevo letto in alcuni libri che mia madre mi aveva fornito. Carmelo Greco muore e l’iniziativa del 99 non si realizza ma qualche anno dopo metterò in scena il Grande Cirillo.

Ho amato molto anche Jonesco e Beckett. Prima del periodo “napoletano”, scrivo due testi che, in qualche modo, nascono da quelle impressioni: Bassa Marea e D’altra parte come le cose. Dopo aver tanto scritto sul 1799 sviluppo la mia ispirazione su canali molto diversificati: l’indagine psicologica di “Dopo il segnale”, ma anche l’uso di un napoletano molto più “sporco” e quotidiano ne “Il Re”. Mi diverto anche a scrivere dei monologhi di ambientazione napoletana: “Quattro di maggio” e “La colpa”. Inizio il mio studio su di un episodio che mi ha sempre affascinato: il delitto di Piazza San Domenico. Carlo Gesualdo da Venosa, Maria D’Avalos e Fabrizio Carafa. La storia di Napoli, i suoi misteri, e quel coagulare luce ed oscurità, risate grasse, ironia, e spirito misterico e rabbioso, mi ha molto ispirato. Non posso essere considerato un drammaturgo “napoletano” tout court poiché ho amato, ed amo, scrivere anche in italiano ma, il mio essere un Giano Bifronte, se da un lato mi ha concesso di spaziare, dall’altro, forse, non mi ha reso conoscibile subito al mille per mille. Si vive, in fondo, di “sintesi”, e io sono stato sempre difficile da sintetizzare. Ignoro, ovviamente, se le mie opere, la mia vena compositiva, costituiranno mai l’oggetto di uno studio, o di una tesi da parte di qualcuno ma, se ciò dovesse avvenire, penso che quel “qualcuno”, potrebbe trovarsi in un bel casino nel tracciare le mie linee compositive e stilistiche. Nel 2001, dopo la ripresa de “il Re”, per la regia di Carlo Cerciello, elaborai tre testi. Questi tre testi: “Il Bivio”, sulle 4 giornate di Napoli, “Gulliver sulla Riva” e “M.K. Mortal Kabaret”, tratto dal Mein Kampf di Hitler. Scrivo dal 2003 alcuni testi: Rossi riflessi sull’acqua, ispirato al film Frances e richiestomi da Imma Villa ma mai andato in scena. “Come Gandalf il grigio” (influenza del Signore degli anelli), rielaboro un mio testo “l’Escluso”, che diventa “Tarantella”, scrivo ancora “Confiteor” (nella prima versione: Buone Notizie, basata ancora sulla guerra in Bosnia) che vincerà Schegge d’autore nel 2006, scrivo e cambio più volte il testo “Alla quinta ora della notte” su Gesualdo da Venosa e, soprattutto, fra il 2005 e il 2006, scrivo “La Camorra sono io” che, in maniera diversa da “Il Re” che aveva un impianto naturalistico, affronta il tema Camorra-Città in maniera surreale, grottesca e provocatoria. Del testo esce anche il libro edito da Graus.

Il mio rapporto con Napoli è viscerale-intellettuale. Nel senso che non sopporto il termine “napoletanità”, detesto quell’insieme di Fede, Talebanesimo, Difesa ad oltranza anche di ciò che è indifendibile e, in fondo, ho sempre pensato che è proprio il discorso di base che è sbagliato: non esiste Napoli, esistono, almeno, due, se non tre città diverse, come affermava anche Croce. Quindi, non ho inseguito il consenso “popolare” della serie “è ‘o popolo c’ ‘ò bbò” o “Forza Napoli” . Non è per me. Non è mai stato per me. Questo non vuol dire che non abbia approfondito la storia di Napoli ( e forse proprio perché l’ho approfondita la penso così) tanto che anni più tardi, nel 2012, ho scritto un’opera corale (mai andata in scena) sulla peste del 1656 che ha per titolo “Smatamorfea”.

Fra le linee ispirative, come forma drammaturgica, ho amato spesso la forma del “processo”, del rito processuale che, al di là degli studi che ho fatto, mi ha sempre trasmesso un humus teatrale fortissimo. La struttura del processo si ritrova in mie opere assolutamente diversissime: “ Alla quinta ora della notte”, “La Costruzione” (sul caso De Barbieri del 1885), “ Iohannes Factotum” sulla questione Florio/Shakespeare.

Ma, senza nessuno snobismo o intellettualismo, ho amato anche ambientazioni ed argomenti leggeri: nel 2005 scrivo “Rosso!” sul mondo del calcio e vinco SportOpera, scrivo anche Culoterapia (monologhi al femminile), o commedie leggere come “Passeggeri” nel 98 o “Precari Sentimentali” nel 2013, “Harmonicus” nel 2014, “Tonino Napoli: Zero a Zero”, evoluzione de” La Colpa”, testo, come molti, scritti per la regia e l’interpretazione di Agostino Chiummariello. Volevo sperimentare, oscillare fra tante cose (perché la vita è tante cose) e poi perché, ragionando come un musicista, e non come uno scrittore, consideravo il fatto che anche Mozart era passato dal requiem, al Don Giovanni, fino al “Flauto Magico” che venne messo in scena da attori e cantanti che erano più vicino al gusto semplice del popolo che non a quello dei cultori dell’opera. Ecco, ho citato la figura di Don Giovanni: mi ha sempre affascinato e, a partire dai miei 46 anni, mi sono sentito molto vicino a lui. Al mito-figura di Don Giovanni è dedicato il mio “Virus”. Scritto nel 2011 dopo l’esperienza fatta a Brescia con il seminario di Edoardo Erba al Teatro Inverso.

Ma, ritornando alle cose più “leggere”, ho scritto un testo su Frank Sinatra (Mr Frank davanti al mare), e uno su John Belushi (Baciatemi il culo. Sono un ballerino). Mi rendo conto che passare da Gesualdo da Venosa a Belushi, dalla Camorra al Veganesimo di Harmonicus, da Shakespeare alla guerra in Bosnia al calcio, dal surreale al naturalismo, possa essere deviante. Sono stato finora più scrittori, con più intuizioni, mai uguale a me stesso ma, se si fa attenzione a ciò che ho scritto, sono riconoscibile. Tranne che per la lezione stilistica di Eduardo, appresa in quel libro letto nel 93 sulle lezioni alla Sapienza di Roma, i miei riferimenti sono stati sempre o letterari (Kafka e Dostojevski) o musicali….si, musicali, perché nello scrivere ho usato la musica. La sceneggiatura (la “mappa”) ed il soggetto mi inducevano ad “usare” sempre Mozart o Vivaldi mentre, durante la scrittura del dialogo, la scelta di musica e compositore dipendevano dal “colore” dell’opera che stavo scrivendo. Ed allora spaziavo dal Barocco a Stravinsky, Bach, Barber, etc etc etc…Vario nell’atmosfera musicale, come nei temi e nei colori. Scrivere della stessa cosa mi avrebbe annoiato. Su “commissione”, propriamente detta, non ho mai scritto. Ho scritto, invece, su ispirazione. Qualcuno, attori, per lo più, a volte mi ha chiesto di scrivere “qualcosa” per sè e io l’ho fatto: così è nato, per esempio, “Tutto di un cretino” nato sul film di Fassbinder “Il diritto del più forte”, o lo stesso “Precari Sentimentali”, o anche per “Rifiuti” (chiestomi da Carlo Croccolo che, poi, non lo mise in scena), o, ancora, “A sua immagine”, sul mito di Dracula, o quando ho dovuto scrivere daccapo, ed integralmente, la sceneggiata “’O Schiaffo” che andò in scena al teatro Trianon nel 2006 e che, per questioni di comunicazione, si fece passare per l’originale al quale avrei apportato solo “qualche modifica” quando, invece, e basta leggere l’originale, la mia opera fu di totale e assoluta riscrittura. L’influenza di Dostojevski, alla quale ho fatto cenno, non è solo di atmosfera, (ho amato molto la Russia ed i poeti della rivoluzione) ma è presente in maniera fortissima in “Riserva di caccia” che ha chiaramente come sub strato Delitto e castigo, benchè l’ambientazione sia nella Napoli dei nostri giorni.

Pur non avendolo mai premeditato, nello scrivere in maniera così varia, ho avuto un motto: DIMENTICARE E TRADIRSI COSTANTEMENTE.

La Coerenza non è creativa

Roberto

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